Escursione giornalistica nella via degli immigrati: i piccoli negozianti di via XX settembre, a Verona, intervistati da Valentina Pizzini

Questo articolo è stato pubblicato da Pass, il giornale degli studenti universitari di Verona, l’8 luglio 2011. FernAnda ringrazia Valentina Pizzini per la concessione di pubblicarlo sul suo blog.

Veronetta vive di stranieri.
Tra imprese extracomunitarie, sorrisi e qualche smorfia. 

È domenica, una domenica di aprile che però sembra estiva, e sono le 13. Dalle finestre precocemente aperte giunge l’acciottolare dei piatti e le voci che si alzano e si mescolano attorno alle tavole. Per strada non c’è quasi nessuno, qualche passante, io ed il sole allo zenit che schiaccia a terra le ombre. Io ci sono perché mi sono appena ricordata di quell’importante documento che dovevo inviare via mail entro oggi. E, naturalmente, la mia connessione ha deciso di non funzionare. Per cui vago nella disperata ricerca di un Internet Point.

Internet Point: una parola straniera per un’abitudine straniera. Un’abitudine da metropoli, che qui da noi si sta radicando lentamente, facendosi spazio tra la diffidenza. E i portatori di questa novità sono perlopiù stranieri.
L’Internet Point aperto, infine, lo trovo. Il ragazzo asiatico dietro il banco mi guarda con stupore, forse con diffidenza. Parla poco italiano, eppure ha un negozio a Veronetta, cinque minuti dal centro storico. Tento di comunicargli che dovrò usare una chiavetta USB. Lui tenta di spiegarmi come funziona il servizio. Varie ripetizioni più tardi sembriamo finalmente capirci. Invio il mio documento importante in una stanza senza finestre, dove stanzia un forte odore di chiuso. Nella stanza ci sono una ventina di computer muniti di webcam e una decina di uomini delle più diverse nazionalità che chattano, navigano, giocano a poker, chiamano persone lontane. Esco dieci minuti dopo, pagando al gestore una cifra irrisoria.
Quella dell’imprenditoria degli immigrati è una tendenza in crescita nelle nostre città. Vediamo spuntare i negozi soprattutto nei quartieri-ghetto dove si concentrano alte percentuali di stranieri: Veronetta, Borgo Roma. Iniziano con piccoli negozi di specialità alimentari, arrivano a minimarket, negozi di vestiti, parrucchieri, negozi di dischi e di trasferimento di denaro. Ma ormai alcune attività, come i ‘kebabbari’ o i negozi gestiti da cinesi, si sono infiltrati anche nelle zone più rinomate: se ne trovano anche nel centro storico, dove gli affitti costano caro e il rischio per un imprenditore è grosso. Nella maggior parte dei casi, però, si tratta ancora di attività di nicchia, negozi di stranieri per stranieri, in cui la diffidenza che talvolta si riscontra verso il cliente italiano è lo specchio inverso di quella degli italiani, e dei veronesi, verso gli stranieri.

I dati dicono che nella nostra ridente cittadina fiorisce il 17 % della cosiddetta imprenditoria etnica della regione Veneto, dove, a sua volta, si concentra il 9,3% del totale italiano. Le attività vertono principalmente sulla vendita all’ingrosso e al dettaglio, in particolare di beni personali e per la casa, seguita dalle costruzioni e le attività manifatturiere. Per quanto riguarda la provenienza degli imprenditori stranieri abbiamo in testa il Marocco, seguito dalla Romania e dalla Cina.
Non è stato facile avere a che fare con i negozianti stranieri. In molti casi si è posto, insormontabile, il problema della lingua. Le persone dietro al banco sapevano spiccicare qualche incerta parola di italiano e niente di più, di intervista neanche a parlarne. Ho incontrato anche un certo diffuso timore, gentili sorrisi di diniego con la diffidenza stampata sopra. Paura, ma di che cosa?

La prima che accetta di parlarmi è Jahanara. Signora di mezza età, viene dal Bangladesh e gestisce un negozio di bigiotteria ed abbigliamento. È sbarcata in Italia a Genova, e da lì si è trasferita col marito a Verona, dove ha aperto quest’attività. Dice di aver scelto questa zona perché è vicino all’Università, e può attirare ragazze giovani. Alla domanda su come sia la sua clientela, però, risponde: “La maggior parte sono stranieri. Gli italiani spesso entrano, guardano e poi vanno via”. Le chiedo se ha avuto difficoltà con le autorità, e che rapporto ha con gli italiani. Jahanara sorride (sorride molto, per tutta l’intervista) e ci dice che il suo problema non sono le autorità, ma la crisi economica e i ladruncoli.

Singh invece gestisce un kebab atipico: non solo c’è il bancone e il famoso involto turco, ma anche qualche sedia e tavolino. Insomma, è un piccolo bar. Lui è originario dell’India, ma sedici anni fa è venuto qui in vacanza e poi è rimasto. Il negozio l’ha comprato già avviato, lui lo gestisce da sette anni. Tra sorrisi e battute ci dice che va tutto bene, non ha problemi di sorta, crisi a parte. Però s’informa su dove verrà pubblicato l’articolo, e se comparirà il suo nome. Da Sigh scopro poi che la clientela è composta in larghissima parte da giovani italiani. Ma questo già lo sospettavo: il kebabbaro ha già da un pezzo vinto la battaglia contro la diffidenza degli autoctoni, diventando una moda grazie anche all’ottimo rapporto quantità-prezzo.

Finalmente, in un negozio etnico di alimentari, trovo Endy. Endy ha vent’anni, è nigeriana ed è qui da quasi dieci anni. Frequenta l’Università, il suo italiano è ottimo e non ha peli sulla lingua. Il negozio è dei suoi genitori. Da lei scopriamo che i proprietari di negozi etnici di problemi ne hanno, e parecchi. Ad esempio, le modalità di conservazione dei cibi non coincidono con quelle indicate dalla legge italiana. “[Prendi ad esempio quelli]” (ci indica dei lunghi e grossi tuberi marroni mai visti prima) “secondo la legge andrebbero conservati in un involucro di plastica. Ma sono cibi tropicali, così perdono sapore!”. Oppure ci parla dei gamberi affumicati. “Dobbiamo per forza mettere una data di scadenza per i gamberi affumicati. Però non scadono! Da noi si mangiano sempre. Allora inventiamo una data, e la scriviamo sull’etichetta”. Anche con le autorità, poi, non va così bene: “Quando entrano qui ci fanno sempre la multa. Il motivo può essere uno qualsiasi: un’etichetta che non va bene, gli orari di apertura che non vanno… Ecco, loro dicono che si deve fare una pausa, non si può tenere aperto per molte ore di fila. Ma noi lavoriamo proprio quando i supermercati sono chiusi. Se non voglio fare una pausa, perché mi devi obbligare?”. E poi ci sono i clienti, tanti stranieri di cui molti clandestini, il cui numero, in periodo di espulsioni, diminuisce vertiginosamente. Gli italiani? Entrano ogni tanto, vengono a cercare l’ingrediente tipico per la cena particolare. Ed Endy ci racconta divertita delle sue lunghe spiegazioni su come cucinare questo o quell’altro. Le chiedo come è nato il negozio. Mi spiega che qualche anno fa c’è stato un boom di negozi etnici, perché importare singolarmente cibi e ingredienti irreperibili in Italia costava moltissimo, invece ad importarli in blocco si risparmiava. Così molti hanno iniziato ad aprire queste piccole attività. Ora però sono davvero troppe, mi confida la ragazza. “Finché il Comune non regolamenta un massimo di attività simili in una zona… così ci facciamo tutti una spietata concorrenza e a nessuno vanno bene gli affari”. Il negozio infatti, complice la crisi economica, non va bene, e tra pochi giorni sarà costretto a chiudere. È triste pensare che il posto dove sono e la faccia sorridente di Endy tra poco scompariranno.
Chiedo ancora alla mia intervistata com’è stato arrivare qui in Italia, se è stato facile integrarsi. Endy sogghigna: “Facile? La mia famiglia è stata la prima famiglia di colore del paese dove abitiamo (un paese della Bassa Veronese). Anzi, eravamo gli unici residenti di colore per chilometri. A scuola avevo problemi con la lingua, non capivo o se capivo non riuscivo a rispondere adeguatamente. I miei compagni poi non aiutavano… Mi spiace dirlo, ma in quella zona gli abitanti sono proprio dei ‘boaroti’. Hanno una mentalità davvero retrograda. Pensa che per anni, quando andavamo a fare la spesa, ci guardavano spudoratamente dentro al carrello, e poi ci dicevano, esclusivamente in dialetto: Ma anche voi mangiate la pasta?.“

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