Intervista a Emiliano Garonzi, autore di “Come scomparire del tutto”.

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Ciao Emiliano.

Ciao Stefano.

Allora, iniziamo l’intervista… Descriviti in tre parole.

Mhh… Che ne dici di «Nodi e snodi»?

Perché?

Diciamo che sia le storie che le immagini del libro si generano a partire da un conflitto tra pensiero e corpo, responsabile di veri e propri nodi fisici dentro di me. L’atto creativo aiuta un po’ a sciogliermeli. Da qui gli snodi.

E magari è per questi nodi fisici che vorresti anche tu un po’ “scomparire del tutto”, come molti tuoi personaggi?

Magari durante il processo di scrittura sarebbe stato quello il desiderio. Ma una volta finalmente completate le storie, ho provato come un senso di allentamento da questi nodi, che era anche meglio… Di scomparire! Forse in qualche modo (ride) è perché sono riuscito a mettere i personaggi al posto mio e lasciare loro alle prese coi miei conflitti.

A proposito dei personaggi, ho notato che questi o hanno un’età indefinita, o sono vecchi o bambini. Come mai? C’entra in qualche modo con questi conflitti pensiero-corpo?

In effetti mi fai notare una cosa vera. Per i bambini il motivo è facile. Mi sono accorto abbastanza presto di scrivere praticamente solo di bambini, come se questi soltanto avessero diritto a comparire nelle mie storie. Credo di aver idealizzato l’età di quando si è bambini, a partire dalla mia propria infanzia, come periodo di spensieratezza, libero per me da questi conflitti. Perché è come se un bambino un po’ non si accorgesse neanche di avercelo, un corpo, no? Non riesco ancora a scrivere storie con protagonisti adulti, perché per me rappresentano forse la coscienza di avere un corpo, e quindi i nodi di cui parlavo prima.

E i personaggi vecchi?

Questo in particolare mi hai fatto notare. Credo di sentirmi a mio agio a parlare di personaggi vecchi perché li tratto spesso come specie di caricature dell’età adulta, in cui questi nodi sono esasperati. In questo modo, se ci pensi, non parlo mai di me stesso perché finisco sempre col parlare di bambini o vecchi.
Gli unici personaggi nel libro di età indistinta e che quindi potrebbero appartenere all’età adulta sono personaggi non-sense. Per esempio nella prima storia il signore poco importante che vuole far fortuna con le cipolle, o il tizio che mangia gli aerei, o lo scrittore a cui vengono fuori le stelle dal naso. Si tratta di personaggi tutti, come dire… in pace. In pace col proprio corpo, con la realtà, col mondo…

Chissà come sei arrivato a tutto ciò! Per esempio, com’è che scrivi?

Spesso parto disegnando e mi lascio ispirare dalle immagini che creo sul momento. Sono loro a suggerirmi le storie. Altre volte invece noto delle cose o assisto a delle scene in cui colgo qualcosa di poetico, un qualcosa che rivela un significato secondo me più universale, che può andare al di là della scena stessa. Il racconto dello scrittore a cui escono le stelle dal naso, per esempio, si basa su un fatto reale. Una volta in biblioteca mentre leggevo un testo autobiografico di James Joyce ho trovato la descrizione di un suo sogno nel quale gli uscivano le stelle dal naso. Appena l’ho letto ho capito che ne avrei fatto una storia.

Ti piace scrivere in un particolare momento o condizione?

Una volta che mi ha colto questa immagine ispiratrice mi isolo e spesso riascolto una stessa musica o canzone all’infinito e non smetto finché la storia non si è conclusa. In ogni caso, non è tanto importante il posto, basta che io possa stare da solo. Ho bisogno di tranquillità. Per questo per me è come un vero e proprio esercizio fisico. Vorrei avere la storia già raccontata davanti a me. Lo stesso scrivere è come se mi fosse d’impiccio.

Che personaggio dei tuoi racconti saresti?

In realtà uno dei personaggi è autobiografico. Émile infatti non sono altro che io quando, alle scuole elementari, facevo impazzire la maestra con la mia punteggiatura. Una delle mie tecniche, neanche troppo ingegnosa, per mettere le virgole era quella di piazzarle a casaccio all’interno del testo. Ed ero pure convinto di farla franca!
Ma se dovessi scegliere un personaggio immaginario, sceglierei il signore che mangia gli aeroplani. Vorrei la sua completa serenità davanti a tutto, che la fortuna gli sorrida oppure no.

Che bambino della letteratura vorresti essere?

Credo l’Emile di Rousseau, perché gli invidio l’educazione che ha ricevuto.

E a questo punto allora mi sembra giusto chiederti anche quale vecchio vorresti essere?

Achab di Moby Dick, per il tormento ideale.

Con quale scrittore scriveresti un racconto a quattro mani?

L’ultimo Giacomo Leopardi. Non quello noioso dei primi anni che gli ha procurato la fama secondo me un po’ ingiusta di pessimista, ma gli ultimi poco prima della morte, durante i quali ha scritto per esempio i simpaticissimi Paralipomeni della Batracomiomachia, una parodia degli eventi della propria epoca resa attraverso una battaglia i cui protagonisti sono i topi e le rane.

Un libro che va letto?

Grammatica della fantasia di Gianni Rodari.

Tre oggetti che ti porteresti con te se scomparissi del tutto.

Vorrei riavere i quaderni su cui scrivevo le mie storie da bambino. Santè, la mia bicicletta. E uno specchio, per godermi lo spettacolo del mio riflesso inesistente!

Ma ora dimmi, sono curioso: come si fa veramente a scomparire del tutto?

Se lo sapessi credo proprio che l’avrei fatto già da un pezzo! Forse però sono piú fortunato cosí, senza esserci riuscito.

Grazie, Emiliano. L’intervista è finita.

Grazie a te. È stato un piacere.

Il libro può essere acquistato presso la libreria Libre! (via Scrimiari 51B), la libreria Pagina12 (Corte Sgarzerie, 6A), contattando noi di FernAnda o qui.

Noi di FernAnda, insieme all’autore, ci troveremo per presentare il libro, stare in compagnia e smangiucchiare buon cibo venerdì 21 marzo alle ore 18 presso la libreria Libre! in via Scrimiari 51B – Verona. Accorrete numerosi a festeggiare con noi il primo giorno di Primavera!

Articoli cartoneros dal mondo: CILE

Rivista di Santiago del Cile EL MECURIO, 18 maggio 2013

Le case editrici cartoneras si riuniscono per la prima volta

In Cile esistono da anni, ma non era stato mai organizzato un incontro che le riunisse tutte insieme.

 cartoneras articolo

JOSEFINA MARAMBIO MARQUEZ (tradotto dallo spagnolo da FernAnda Pappetrice)

 È da più di sei anni che esistono in Chile, ma ieri si sono riunite per la prima volta. La Biblioteca di Santiago ha organizzato il Primo Incontro delle Case Editrici Cartoneras, che è stato inaugurato ieri sera  con la tavola rotonda “Edizioni di cartone: libro oggetto o democratizzazione della pubblicazione?”. Oggi, dalle 11:30, ci saranno gli stand di otto cartoneras nazionali che venderanno le proprie opere. Ci saranno anche laboratori e presentazioni di libri. Il movimento è nato in Argentina  nel 2003 con la casa editrice Eloísa Cartonera, che cercava di appoggiare i cartoneros (raccoglitori e venditori di cartone ambulanti, n.d.r.) tramite un’iniziativa a sfondo sociale, culturale ed ecologica: comprar loro quello che raccoglievano per creare libri.

Ximena Ramos è venuta a conoscenza del progetto mentre studiava letteratura, e insieme a un gruppo di colleghe ha deciso di replicare l’iniziativa nel 2006: Animita Cartonera è stata la prima casa editrice del suo genere in Cile. “Qui nascono con una motivazione diversa, incentivare la lettura”, commenta la Ramos, editrice del progetto. Produce i suoi libri con quello che compra ai cartoneros, e un gruppo di giovani che non hanno avuto la possibilità di studiare sono incaricati di costruirli, in quella che la Ramos chiama una “catena logistica di lavoro sociale”, visto che solo loro godono del guadagno economico di Animita Cartonera.

Il catalogo delle case editrici cartoneras nazionali include autori cileni come Raúl Zurita o Ramón Díaz Eterovir e stranieri come il narratore peruviano Ivan Thays, i quali forniscono un permesso speciale perché pubblichino i loro testi senza pagare.

Nel 2009, a Madrid, un gruppo di cilene ha creato Meninas Cartoneras, portando il movimento in Europa. Alcuni anni più tardi, Kilda Valdes è tornata in Cile e ha continuato con il progetto da Santiago. I suoi libri si distinguono per avere un aspetto molto curato, seguendo la tendenza del libro oggetto. Complementano questo lavoro estetico con laboratori letterari, come quello che hanno realizzato l’anno scorso nel Museo della Memoria, dove hanno insegnato ai partecipanti a scrivere i propri racconti e poi a  rilegarli.

I laboratori letterari sono una parte fondamentale di Animita Cartonera: “Noi sappiamo che non ricaviamo niente regalando un libro se l’altro non è abituato alla lettura”, spiega la Ramos. Per appoggiare questo obiettivo,  le sue creazioni hanno un costo minore dei libri tradizionali: i prezzi variano tra i 1500 pesos e i 5000 pesos (dai 3 agli 8 euro circa, n.d.r.). Librerie come Ulisse, a Povidencia, o Nosotrxs, nel quartiere Italia, vendono i loro libri.

Informazioni su Animita Cartonera: http://www.animita-cartonera.cl/

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i libri di Animita Cartonera

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i ragazzi di Animita Cartonera

Informazioni su Meninas Cartoneras (Madrid): http://meninascartoneraseditorial.blogspot.it/

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i libri delle Meninas Cartoneras

    Meninas 2

 

Città di cartone

Paesaggi immobili, spazi urbani congelati in un attimo di eternità, scanditi da ombre nette e assolute come un quadro di Hopper. Squarci architettonici ricostruiti con precisione in due o tre dimensioni, con una tecnica artistica che fonde assieme il disegno, la fotografia, i graffiti e il cartone di recupero. L’artista Evol, berlinese d’adozione, ha deciso di descrivere la città con lo stesso materiale che ne rappresenta lo scarto e che si accumula inutilizzato nelle strade e nei vicoli fino all’arrivo di un netturbino o di un barbone bisognoso. Ridare senso a questo materiale attraverso il riutilizzo artistico è anche il fine di Fernanda e per questo ci sentiamo molto in consonanza con Evol e la sua idea.

Eccovi alcuni esempi delle sue opere (immagini tratte dal sito dell’esposizione alla Wilde Gallery di Berlino) :

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Per maggiori info:

Il sito dell’artista        http://www.evoltaste.com/

Il sito della galleria  che ha ospitato l’esibizione      http://www.wilde-gallery.com/artist_evol.html

REGOLAMENTO del concorso letterario “ESPLORAZIONI D’AUTUNNO su una carovana di cartone verde-fuxia”

Lunghezza e forma esteriore dei testi

Possono partecipare al concorso racconti o raccolte di poesie. I testi concorrenti non devono superare le 45 cartelle editoriali (1800 battute, spazi inclusi) e devono pervenire all’indirizzo mail carovanadicartone.fernanda@gmail.com in allegato e in formato pdf o doc. Il carattere dev’essere Times New Roman, di grandezza 12.

Diritti d’autore

Se il tuo testo verrà selezionato FernAnda ne pubblicherà 200 copie, di cui 20 spettano a te. Questo significa che FernAnda resta con 180 copie, che venderà ai banchetti insieme agli altri libri pubblicati. Per questa prima tirata non sono previsti compensi economici per l’autore. Firmeremo un accordo in cui l’autore concede il suo testo per una tiratura limitata di copie (appunto 200) e FernAnda si impegna a non stampare più copie del numero pattuito. Quando e se le 180 copie verranno tutte vendute, FernAnda può decidere di accordarsi per una nuovo tiratura, in questo caso con una retribuzione economica per l’autore. FernAnda non ha nessun diritto sul testo che viene pubblicato, i diritti restano all’autore , che è libero di firmare contratti di edizione per il suo testo con altre case editrici. Ovviamente, quindi, sui testi che non vengono pubblicati FernAnda non acquisisce nessun diritto. Agli autori selezionati al termine del concorso verrà comunicata la decisione e solo dopo aver ricevuto il consenso dell’autore FernAnda procederà con la pubblicazione. Preghiamo inoltre gli autori di candidarsi al concorso solo con testi che non siano protetti da copyright perché già pubblicati dopo la stipulazione di un contratto di edizione.


I vincitori del concorso

I vincitori possono essere più d’uno. La foto e la biografia dell’autore o degli autori selezionati verranno inserite nel blog di FernAnda Pappetrice, insieme alla recensione del testo selezionato dal concorso. I testi verranno letti da una giuria di cui si pubblicheranno i nomi a breve composta da :

– un giovane  professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea dell’Univr – Massimo Natale

– una dipendente della Biblioteca Civica di Verona – Sara Fazzini

-una libraia indipendente del centro storico di Verona – Roberta Camerlengo di Pagina 12

-il comitato editoriale di FernAnda Pappetrice

La selezione  sarà basata, tra le tante cose, sul grado di -originalità nella forma e nei contenuti – capacità di redigere un testo coerente nelle sue parti, dinamico e completo dall’inizio alla fine.

Tempistiche e premiazione

Il 31 Dicembre scade il concorso. La giuria si dà 20 giorni di tempo per decidere i testi vincitori. Entro il 20 gennaio gli autori selezionati verranno avvisati tramite mail e sarà loro comunicata la data della premiazione ( che indicativamente sarà un evento con concerto e festa in un locale veronese).

Contatti

Per sapere di più sulla nostra casa editrice leggi la nostra presentazione ne l blog http://www.fernandapappetrice.wordpress.com o nella nostra pagina Facebook “FernAnda Pappetrice”. La nostra sede attuale è a Bussolengo, dove ci troviamo più o meno ogni domenica a fare i libri di cartone. Per dubbi o domande scrivete a fernanda.pappetrice@gmail.com. Aspettiamo i vostri racconti e le vostre poesie!

English Description of our Project

 

FernAnda Pappetrice is a publishing project that recently started with the collaboration of arts, painting and language students and graduates. By hand, we bind books with a recycled-cardboard cover that is painted with beautiful acrylic colours.

The spirit of our project is to spread literary works that we enjoy (whether they are old, contemporary, Italian or foreign) in an unusual, colourful and popular style. We also publish directly without the intervention of professional publishing houses.

 

The idea comes from the cartonera publishing phenomenon which won great success in Latin America, although our project is somewhat different. In fact, we want to build an efficient editorial board whose members are keen to develop their artistic and entrepreneurial creativity. We want our team to foster the spirit of initiative in a time of economic crisis and utilize everyone’s abilities in a collaborative group project. We strongly encourage young authors worldwide who have not published their work outside of their country or do not publish their pieces at all. We are mainly looking for short stories, poems and other short narratives in a wide range of genres. Afterwards, we ask language students and graduates to translate these works into Italian and in this way we present the writer, the translator and the potential editor.

 

As we have no money and cannot afford to pay for copyright, we directly ask the writer to print a limited number of their work and, in exchange, we give them our Italian translation and the opportunity to gain popularity outside their country. As for now, we create no more than 150-200 copies of these books and we sell them in stands or little fairs in Verona and nearby. We want to see how people respond to these publications, with the goal of taking part in one or more book fairs and becoming active in the context of contemporary Italian publishing.

 

We currently edit four book series: “Via della Seta e dintorni” (Silk Road and its Neighbourhood),“Letteratura Italiana” (Italian Literature), “Cartoneras Latinas” and “Piccole Ciliegie Rosse” (Little Red Cherries). Via della Seta e dintorni retraces the travels Marco Polo made, including the works of young contemporary authors coming from the countries described in “The travels of Marco Polo”. All pieces are translated into Italian for the first time. Letteratura Italiana includes little-known Italian literary works of any historical time which have no copyright. We are also looking for contemporary authors who are keen to be published. Cartoneras Latinas includes works that have already been published by cartonera publishing houses in Latin America that we translate into Italian. Piccole Ciliegie Rosse is a series of short stories and poems for children, much sought after by parents. We read the stories together with the children and we ask them to create their own book with glue, paintbrushes and colours.

 

Escursione giornalistica nella via degli immigrati: i piccoli negozianti di via XX settembre, a Verona, intervistati da Valentina Pizzini

Questo articolo è stato pubblicato da Pass, il giornale degli studenti universitari di Verona, l’8 luglio 2011. FernAnda ringrazia Valentina Pizzini per la concessione di pubblicarlo sul suo blog.

Veronetta vive di stranieri.
Tra imprese extracomunitarie, sorrisi e qualche smorfia. 

È domenica, una domenica di aprile che però sembra estiva, e sono le 13. Dalle finestre precocemente aperte giunge l’acciottolare dei piatti e le voci che si alzano e si mescolano attorno alle tavole. Per strada non c’è quasi nessuno, qualche passante, io ed il sole allo zenit che schiaccia a terra le ombre. Io ci sono perché mi sono appena ricordata di quell’importante documento che dovevo inviare via mail entro oggi. E, naturalmente, la mia connessione ha deciso di non funzionare. Per cui vago nella disperata ricerca di un Internet Point.

Internet Point: una parola straniera per un’abitudine straniera. Un’abitudine da metropoli, che qui da noi si sta radicando lentamente, facendosi spazio tra la diffidenza. E i portatori di questa novità sono perlopiù stranieri.
L’Internet Point aperto, infine, lo trovo. Il ragazzo asiatico dietro il banco mi guarda con stupore, forse con diffidenza. Parla poco italiano, eppure ha un negozio a Veronetta, cinque minuti dal centro storico. Tento di comunicargli che dovrò usare una chiavetta USB. Lui tenta di spiegarmi come funziona il servizio. Varie ripetizioni più tardi sembriamo finalmente capirci. Invio il mio documento importante in una stanza senza finestre, dove stanzia un forte odore di chiuso. Nella stanza ci sono una ventina di computer muniti di webcam e una decina di uomini delle più diverse nazionalità che chattano, navigano, giocano a poker, chiamano persone lontane. Esco dieci minuti dopo, pagando al gestore una cifra irrisoria.
Quella dell’imprenditoria degli immigrati è una tendenza in crescita nelle nostre città. Vediamo spuntare i negozi soprattutto nei quartieri-ghetto dove si concentrano alte percentuali di stranieri: Veronetta, Borgo Roma. Iniziano con piccoli negozi di specialità alimentari, arrivano a minimarket, negozi di vestiti, parrucchieri, negozi di dischi e di trasferimento di denaro. Ma ormai alcune attività, come i ‘kebabbari’ o i negozi gestiti da cinesi, si sono infiltrati anche nelle zone più rinomate: se ne trovano anche nel centro storico, dove gli affitti costano caro e il rischio per un imprenditore è grosso. Nella maggior parte dei casi, però, si tratta ancora di attività di nicchia, negozi di stranieri per stranieri, in cui la diffidenza che talvolta si riscontra verso il cliente italiano è lo specchio inverso di quella degli italiani, e dei veronesi, verso gli stranieri.

I dati dicono che nella nostra ridente cittadina fiorisce il 17 % della cosiddetta imprenditoria etnica della regione Veneto, dove, a sua volta, si concentra il 9,3% del totale italiano. Le attività vertono principalmente sulla vendita all’ingrosso e al dettaglio, in particolare di beni personali e per la casa, seguita dalle costruzioni e le attività manifatturiere. Per quanto riguarda la provenienza degli imprenditori stranieri abbiamo in testa il Marocco, seguito dalla Romania e dalla Cina.
Non è stato facile avere a che fare con i negozianti stranieri. In molti casi si è posto, insormontabile, il problema della lingua. Le persone dietro al banco sapevano spiccicare qualche incerta parola di italiano e niente di più, di intervista neanche a parlarne. Ho incontrato anche un certo diffuso timore, gentili sorrisi di diniego con la diffidenza stampata sopra. Paura, ma di che cosa?

La prima che accetta di parlarmi è Jahanara. Signora di mezza età, viene dal Bangladesh e gestisce un negozio di bigiotteria ed abbigliamento. È sbarcata in Italia a Genova, e da lì si è trasferita col marito a Verona, dove ha aperto quest’attività. Dice di aver scelto questa zona perché è vicino all’Università, e può attirare ragazze giovani. Alla domanda su come sia la sua clientela, però, risponde: “La maggior parte sono stranieri. Gli italiani spesso entrano, guardano e poi vanno via”. Le chiedo se ha avuto difficoltà con le autorità, e che rapporto ha con gli italiani. Jahanara sorride (sorride molto, per tutta l’intervista) e ci dice che il suo problema non sono le autorità, ma la crisi economica e i ladruncoli.

Singh invece gestisce un kebab atipico: non solo c’è il bancone e il famoso involto turco, ma anche qualche sedia e tavolino. Insomma, è un piccolo bar. Lui è originario dell’India, ma sedici anni fa è venuto qui in vacanza e poi è rimasto. Il negozio l’ha comprato già avviato, lui lo gestisce da sette anni. Tra sorrisi e battute ci dice che va tutto bene, non ha problemi di sorta, crisi a parte. Però s’informa su dove verrà pubblicato l’articolo, e se comparirà il suo nome. Da Sigh scopro poi che la clientela è composta in larghissima parte da giovani italiani. Ma questo già lo sospettavo: il kebabbaro ha già da un pezzo vinto la battaglia contro la diffidenza degli autoctoni, diventando una moda grazie anche all’ottimo rapporto quantità-prezzo.

Finalmente, in un negozio etnico di alimentari, trovo Endy. Endy ha vent’anni, è nigeriana ed è qui da quasi dieci anni. Frequenta l’Università, il suo italiano è ottimo e non ha peli sulla lingua. Il negozio è dei suoi genitori. Da lei scopriamo che i proprietari di negozi etnici di problemi ne hanno, e parecchi. Ad esempio, le modalità di conservazione dei cibi non coincidono con quelle indicate dalla legge italiana. “[Prendi ad esempio quelli]” (ci indica dei lunghi e grossi tuberi marroni mai visti prima) “secondo la legge andrebbero conservati in un involucro di plastica. Ma sono cibi tropicali, così perdono sapore!”. Oppure ci parla dei gamberi affumicati. “Dobbiamo per forza mettere una data di scadenza per i gamberi affumicati. Però non scadono! Da noi si mangiano sempre. Allora inventiamo una data, e la scriviamo sull’etichetta”. Anche con le autorità, poi, non va così bene: “Quando entrano qui ci fanno sempre la multa. Il motivo può essere uno qualsiasi: un’etichetta che non va bene, gli orari di apertura che non vanno… Ecco, loro dicono che si deve fare una pausa, non si può tenere aperto per molte ore di fila. Ma noi lavoriamo proprio quando i supermercati sono chiusi. Se non voglio fare una pausa, perché mi devi obbligare?”. E poi ci sono i clienti, tanti stranieri di cui molti clandestini, il cui numero, in periodo di espulsioni, diminuisce vertiginosamente. Gli italiani? Entrano ogni tanto, vengono a cercare l’ingrediente tipico per la cena particolare. Ed Endy ci racconta divertita delle sue lunghe spiegazioni su come cucinare questo o quell’altro. Le chiedo come è nato il negozio. Mi spiega che qualche anno fa c’è stato un boom di negozi etnici, perché importare singolarmente cibi e ingredienti irreperibili in Italia costava moltissimo, invece ad importarli in blocco si risparmiava. Così molti hanno iniziato ad aprire queste piccole attività. Ora però sono davvero troppe, mi confida la ragazza. “Finché il Comune non regolamenta un massimo di attività simili in una zona… così ci facciamo tutti una spietata concorrenza e a nessuno vanno bene gli affari”. Il negozio infatti, complice la crisi economica, non va bene, e tra pochi giorni sarà costretto a chiudere. È triste pensare che il posto dove sono e la faccia sorridente di Endy tra poco scompariranno.
Chiedo ancora alla mia intervistata com’è stato arrivare qui in Italia, se è stato facile integrarsi. Endy sogghigna: “Facile? La mia famiglia è stata la prima famiglia di colore del paese dove abitiamo (un paese della Bassa Veronese). Anzi, eravamo gli unici residenti di colore per chilometri. A scuola avevo problemi con la lingua, non capivo o se capivo non riuscivo a rispondere adeguatamente. I miei compagni poi non aiutavano… Mi spiace dirlo, ma in quella zona gli abitanti sono proprio dei ‘boaroti’. Hanno una mentalità davvero retrograda. Pensa che per anni, quando andavamo a fare la spesa, ci guardavano spudoratamente dentro al carrello, e poi ci dicevano, esclusivamente in dialetto: Ma anche voi mangiate la pasta?.“